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Piero Chiara. Il mago del lago

Piero Chiara nasce a Luino il 23 marzo 1913, unico figlio di Eugenio e Virginia.
È stato uno degli scrittori più conosciuti e popolari del XX secolo. I suoi romanzi hanno un forte legame con la sua vita: in parte autobiografici, sono spesso ambientati sul lago Maggiore e nel Varesotto, dove nacque e visse, e raccontano la vita di provincia, il microcosmo del mondo. Su Luino disse:

In Luino vi è qualcosa di inesprimibile e di spirituale che non può andare vestito di parole. È qualche cosa di più che la tinta locale. È quel mistero di attrazione che fa innamorare di un luogo senza che ci si possa dar ragione del motivo.

Gli anni scolastici sono burrascosi. Compagno di classe di Vittorio Sereni, Chiara ripete la terza elementare e viene promosso solo con la promessa di ritirarlo dalla scuola.
Viene quindi iscritto al Collegio Salesiano San Luigi di Intra e al Collegio De Filippi di Arona per poi abbandonare la scuola alla fine della seconda ginnasio. Nel 1929, per accontentare i genitori, si diploma da privatista.
La sua “non studiosa adolescenza” non gli precluderà una forte e approfondita formazione. Chiara è indipendente e curioso di tutto, vaga per la città osservando la gente, gli ambienti, le situazioni e legge moltissimo: Salgari, Verne, London, Stevenson, Melville, Dostoevskij ma anche Manzoni, Fogazzaro, Pirandello e Boccaccio, che saranno fondamentali per la costruzione della sua narrazione.

Dopo il diploma, Piero Chiara viaggia tra Milano, Roma, Napoli e la Francia, dove scopre i grandi autori francesi e approfondisce la sua formazione letteraria.
Nel 1932 torna in Italia e, tramite concorso statale, ottiene un impiego alla pretura di Pontebbia, per poi essere trasferito a Cividale del Friuli e, infine, a Varese.
Nel 1936 Piero Chiara sposa Jula Scherb. Nonostante la nascita del figlio Marco, il matrimonio finisce presto e lo scrittore decide di partire per la Bolivia. Ma l’invasione della Polonia lo fa desistere.

Chiamato alle armi e assegnato al 67° Fanteria di stanza a Como, lo scrittore viene congedato dopo pochi mesi e torna a Varese all’impiego statale.
Lo scoppio della guerra è per lui una svolta decisiva, che spezza la tranquilla e pigra vita di provincia, avvicinandolo sempre più agli ambienti antifascisti, cui seguono segnalazioni e denunce.
Il culmine delle attività liberali arriva nel gennaio 1944. In seguito a un ordine di arresto Piero Chiara si reca in Svizzera e chiede lo stato di rifugiato politico. Qui apprende che il Tribunale speciale di Varese l’ha condannato a 15 anni di reclusione “per aver, in epoca successiva al 26 luglio 1943, messo il ritratto del Duce nella gabbia degli imputati del Tribunale di Varese, esponendolo alla berlina, derisione e furore popolare”.

Gli anni trascorsi in Svizzera sono molto importanti per Piero Chiara. Qui stringe rapporti fondamentali per l’avvio della sua carriera come scrittore e a Poschiavo, nel 1945, pubblica la sua prima opera: la raccolta “Incantavi”.
Dopo la guerra rientra in Italia e torna alla carriera di cancelliere a Varese. Il lavoro è per lui fonte di incontri con “personaggi di ogni tipo” e gli lascia molto tempo libero, che dedica con entusiasmo alla scrittura. Inizia a collaborare con vari quotidiani e periodici letterari, e pubblica i primi romanzi.
Nel 1955 conosce Mimma Buzzetti, che sarà la sua compagna e sposerà nel 1974.

Ormai pensionato, Chiara è pronto per il grande pubblico e si dedica unicamente alla scrittura. I suoi romanzi hanno molto successo e da alcuni vengono tratti anche film e sceneggiati per la tv, a cui partecipa spesso come comparsa.
Piero Chiara non è però solo un narratore popolare ma si cimenta anche nella saggistica, scrive le biografie di Casanova e di Gabriele d’Annunzio e i racconti per ragazzi “Le avventure di Pierino al mercato di Luino”.
Arrivano anche importanti riconoscimenti: nel 1964 entra nella cinquina del premio Campiello con “La spartizione”, nel 1968 con “Il balordo” vince il premio Bagutta e nel 1973 col “Il Pretore di Cuvio” è tra i finalisti del premio Strega. All’apice del successo, tra il 1982 e il 1983, riceve la carica di Cavaliere di Gran Croce e una laurea honoris causa presso l’Università di Catania.

Muore a Varese il 31 dicembre 1986, dopo alcuni anni di malattia.

 

Per approfondimenti sulla vita e le opere: associazione “Amici di Piero Chiara“, da cui sono tratte tutte le informazioni biografiche.
Luino, il lago Maggiore e il Varesotto sono i protagonisti di molti dei suoi romanzi. Di seguito una piccola selezione, in cui descrive il suo territorio natale.

La Gioconda sotto al letto da “Il piatto piange”, Milano, A. Mondadori, 1962

«fu un imbianchino di Dumenza, tal Vincenzo Peruggia, che nel 1911, trovandosi a lavorare al Louvre, rubò la Gioconda di Leonardo da Vinci. Se la portò a Luino arrotolata nella valigia d’emigrante, poi a Dumenza dove ogni tanto, dopo mangiato, la tirava fuori da sotto il letto e la mostrava ai famigliari. Sarebbe ancora a Dumenza la Gioconda se il Peruggia un giorno non avesse pensato di venderla. Appena la srotolò all’Albergo Tripolitania di Firenze dove aveva appuntamento col direttore della Galleria degli Uffizi, venne arrestato e la Gioconda tornò a Parigi».

La linea del tabacco in “Guida alla Lombardia misteriosa”, Como, Sugarco Edizioni, 1981

Da un punto della riva del Lago Maggiore a qualche chilometro del valico di Zenna, dove è collocato il faro che di notte taglia il lago Maggiore per rilevare eventuali passaggi di natanti, fino a Menaggio sul lago di Como, corre la Linea del Tabacco; intendendosi con Linea del Tabacco la zona di passaggio (giornaliero) di alcune tonnellate di sigarette e di caffè, di orologi, valuta o di altre entità delle quali, volta a volta, conviene il trasporto clandestino oltre frontiera.
La Linea del Tabacco arricchisce l’industria svizzera e mantiene precariamente un piccolo esercito di contrabbandieri italiani formato da spalloni, ovvero trasportatori a spalla, autisti veloci che spostano i carichi dalla zona di frontiera ai grandi centri urbani, impresari o capi-ganga che collocano il contrabbando e rivenditori al minuto che sono prevalentemente camerieri o pensionati con borsa di pelle gonfia che visitano uffici pubblici e privati portando le «le stecche» sul tavolo dei clienti.
Tra Zenna e Ponte Cremenaga, il confine è montagnoso e arduo, tanto da consentire una filtrazione relativa. Tra Ponte Cremenaga e Como, dove il transito è più rapido e facile, passa la fiumara del contrabbando, che diventa di nuovo una quantità di piccoli ruscelli nella zona montagnosa del lago di Como, fino a Menaggio e alla Valtellina.
Questa linea che serpeggia, sale, scende, traversa fiumi e laghi, è continuamente irritata: è il nervo sciatico infiammato della nazione. Spalloni che camminano furtivi, confidenti che vanno avanti e indietro, automobili a centocinquanta all’ora inseguite dalle macchine della Finanza, battelli pneumatici perplessi tra due rive, corrieri imbottiti di biglietti di banca, autotreni sigillati nei punti franchi che per strada hanno cambiato carico e sigilli, vagoni ferroviari muniti di nascondiglio, automobili e corriere con vani dissimulati e valigie col doppio fondo, si incrociano convulsamente.
Tre o quattro chilometri al di qua della frontiera l’eccitazione si distende e si allenta: il contrabbando, uscito dalle strettoie del confine, passa tra gli ultimi colli delle Prealpi e dilaga nella pianura, diretto ai suoi punti di consumo.
Lungo la Linea del tabacco anche la vita dell’esercente, del professionista, del prete, del pensionato, dell’operaio, è condizionata dal nastro d’oro che delimita la Patria; e il pericolo che esalta le singole esistenze è visibile nel colpo di rivoltella che ogni tanto liquida un contrabbandiere, una Guardia di Finanza o un confidente, quando non è l’insidia del territorio a far vittime: il burrone dove precipita il fuggiasco o l’inseguitore, l’acqua della Tresa o del Lago di Lugano dove spesso affiora il cadavere del fuori lege o del tutore della medesima.

“La spartizione”, Milano, A. Mondadori, 1964 - Incipit

Da dove era venuto con quella faccia severa, con quell’aspetto composto e a prima vista distinto? Da qualche importante città, da una famiglia di rango, da una lunga abitudine alla riservatezza?
Solo dopo qualche mese si seppe che veniva, in seguito a trasferimento d’ufficio, dal capoluogo della provincia; ma che era di Cantévria, un paesucolo della Valcuvia, a pochi chilometri da Luino. “Da Cantévria con quel nome?” si domandava la gente. E nessuno credeva possibile che da quel luogo di campagna, abitato da contadini e da famiglie d’emigranti, potesse uscire un funzionario, anche d’infimo grado, dell’Ufficio Bollo e Demanio; e con quel nome, Emerenziano Paronzini, che sembrava il nome di un generale, benché fosse senza mistero per la Valcuvia dove esistevano molti Emerenziani ed Emerenziane e dove il cognome Paronzini si ripete in più posti.
Santa Emerenziana è effigiata con una palma in mano, di fianco alla porta d’una chiesa in un paesello vicino a Cantévria. Andando a battezzare un bambino, qualcuno era stato colpito da quel nome che era poi dilagato. Un caso, come quello di alcuni di Cuvio che si chiamavano Divo perché i parenti avevano letto sulla facciata della chiesa Divo Martino Martiri Patrono.
E non fa meraviglia, se si pensa che una settantina d’anni fa dalle nostre parti c’era chi si chiamava Ferito per colpa di una canzone del tempo: Garibaldi fu ferito…
Dopo la guerra 1915 – 1918 altri apparvero, nel Veneto, che si chiamavano Firmato perché in fondo ai bollettini di guerra si leggeva Firmato Cadorna.
A Luino il nome di Emerenziano fece effetto, e appena corse in giro fu difficile riderne, poiché colui che lo portava aveva una di quelle facce inviolabili, difese da una serietà indefessa e quasi naturale che è il privilegio degli uomini da nulla.

Il povero Turati in “Uova al cianuro e altre storie”, Milano, A. Mondadori, 1969

E quando venne annunciata la visita del Segretario del Partito i preparativi furono imponenti.
[…]
Siccome non c’era una piazza sufficiente né un Campo di Marte o altro spazio adatto per addensare qualche migliaio di persone, si pensò di fare il raduno sulle pendici erbose del Monte Màrtica, a qualche chilometro fuori dalla città.
La Màrtica è una montagna nuda e liscia come un ginocchio, all’inizio della Valganna, sulla quale scende una pendenza regolare ma inclinata al punto che chi la risale può toccare l’erba con le mani.
Alla Màrtica erano convocate d’autorità tutte le sezioni di partito della provincia, tutte le associazioni patriottiche d’arma, tutti i dopolavoristi, tutti gli avanguardisti e tutte le società sportive. Ero convocato anch’io, forse quindicenne, quale appartenente al Gruppo Pugilistico Luinese del quale, coi miei quarantadue chili di peso, ero un componente. Portavo come gli altri i calzoncini neri di satin e una maglietta azzurra che aveva sul davanti, ricamate in bianco, le iniziali GPL inscritte in un rombo.
Nella grande sfilata di manigoldi che andava da Varese alla Màrtica con continue fermate, eravamo i più nudi. Altri avevano addirittura le fasce alle gambe, i fazzolettoni gialli e rossi al collo, i calzoni grigioverde alla zuava e qualcuno gli stivali. Tutti ci portavamo dietro un pacco o un sacchetto per la colazione, perché eravamo partiti dai paesi alla mattina; e noi da Luino, col treno da Gallarate dove si cambiava per Varese, per la sola ragione che le Ferrovie dello Stato facevano quei trasporti gratis, mentre le Tranvie Varesine che erano società privata volevano i denari del biglietto. Il viaggio, che poteva durare un’ora, durava così, con l’attesa della coincidenza da Gallarate, tre ore, anche perché si andava coi treni merci nei carri del bestiame.

Sulle onde del Lago Maggiore in "Uova al cianuro e altre storie”, Milano, A. Mondadori, 1969

[…]
Pensavo, navigando fra Stresa e Baveno e toccando le isole, che non li avrei rivisti mai più, e cercavo di cacciarli dalla mente, aiutandomi con le immagini che mi venivano dalle rive davanti ai quali passava il battello. Quante volte avevo visto i paesi, le ville, gli alberghi, le isole e gli approdi del lago! Cominciavo con lo spiare lo sporgere delle spalle del San Carlone sopra i boschi di Dagnente, poi aspettavo Lesa e i suoi bassi monti tra i quali spuntava il villaggio di mia madre, vedevo la cima del San Salvatore con le casupole dove viveva un eremita e riconoscevo, sulla riva, il campanile di Belgirate col santo sulla cuspide, piccolo e gesticolante. Da Belgirate a Stresa era tutta una sfilata di parchi. Tra Stresa e Baveno correvo da un parapetto all’altro per vedere da una parte le isole coi palazzi dei principi e le case dei pescatori, e da quella opposta, il fondo di un ramo del lago, col Montorfano che chiudeva la valle del Toce sorgendo tra le brume, azzurro o viola a seconda dell’ora. Poi veniva Pallanza, lasciata la quale il battello attraversava altre cinque o sei volte il lago tra Intra, Laveno, Ghiffa, Oggebio, Porto Valtravaglia e Cannero, donde si distaccava per dirigersi verso la sponda lombarda, alla volta del mio paese. Toccava ancora Maccagno e Cannobio in Italia e infine, passando nelle acque svizzere, dopo lo scalo di Ascona terminava la sua corsa a Locarno.

L'Eremo di Santa Caterina del Sasso in “La stanza del vescovo”, Milano, A. Mondadori, 1976

L’autunno di quell’anno stava mettendo piede sul lago, silenziosamente e quasi di soppiatto, come un inserviente invisibile ma rapido nei movimenti che avesse l’incarico di cambiare lo scenario di un palcoscenico, per prepararlo all’ultimo atto di una commedia o di un dramma. Durante la traversata raccontai a Matilde la storia del Beato Alberto Besozzi che si era fatto eremita alcuni secoli prima sulla roccia a picco di fronte a noi, dopo essere scampato all’annegamento durante un naufragio, proprio nelle acque che stavamo navigando. «Il Beato Alberto» dissi «prima del naufragio era un mercante, o meglio un usuraio che andava facendo i suoi affari nei paesi del lago. Un giorno fu preso dalla tempesta e il suo navicello si rovesciò. Riuscì a raggiungere la riva a nuoto, al piede di quella parete rocciosa. Veniva da Intra, dove aveva guadagnato, speso, trovato donne, amici e nemici. Tornava a casa, dove forse aveva una moglie e dei figli. Il naufragio gli aprì gli occhi. Basta, deve aver detto, non ho più voglia di lottare. Sto qui a mangiare alborelle e insalata. Infatti non si mosse più dalla grotta nella quale si era rifugiato. I pescatori gli portavano il pesce, i contadini gli calavano la verdura dall’alto della rupe e nessuno gli rompeva le scatole. «Certe volte,» conclusi «penso anch’io di farmi eremita, di ritirarmi in qualche luogo remoto, fuori dalle contese e soprattutto dagli inganni del mondo.»